Sab, 12 ottobre 2019 /

Intervento del Presidente ANDREA GENTILE alla Fiera del Levate di Bari

Buongiorno a tutti!

 

Per quanto riguarda la “blue economy” quale volano di sviluppo nel Mediterraneo ed in Italia in particolare Vi porto il punto di vista degli operatori logistici.

 

Ci sono concetti e situazioni chiari ed indiscutibili al punto tale che non avrebbero necessità di tante spiegazioni. Si comprendono e basta. Eppure talvolta, di fronte alla necessità di rendere tali concetti pragmatici ci areniamo e abbiamo bisogno di tante spiegazioni o, peggio, giustificazioni. E’ il caso della strategicità del trasporto via mare per un Paese, l’ltalia, che sta quasi tutto in mezzo al mare.

 

Una condizione geografica strategica, quella dell’Italia, che i nostri antenati delle Città Marinare (quasi dieci secoli fa) avevano ben compreso e messo a frutto, al punto di trasformare le loro Città in autentiche potenze mercantili, capaci di dominare i traffici marittimi del tempo, con vantaggi e ricchezza per molti.

 

Ebbene, a distanza di secoli siamo ancora qui a domandarci se la “blue economy”, ovvero l’economia legata ai traffici marittimi, sia o meno strategica per il nostro mare, il Mediterraneo, che tanta fortuna ha arrecato ai nostri antenati di Amalfi, Genova, Pisa e Venezia, per citare solo le più importanti di queste Repubbliche.

 

Ma veniamo ai giorni nostri: il 6° Rapporto annuale di “Italian Maritime Economy” intitolato “Nuovi scenari nel Mediterraneo: Suez e la Cina, le strategie dei grandi carrier, le nuove tecnologie e le rotte dell'energia”, realizzato da Srm, centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, ci ha rivelato che il commercio via mare è destinato a crescere ancora, con un aumento medio annuo del 3,8% di qui al 2023 e con in più una posizione dominante dei traffici asiatici, i quali costituiscono da soli i due terzi dei traffici mondiali e questo nonostante la guerra dei dazi in atto tra Cina e Usa, che nel solo primo trimestre 2019 ha fatto calare le esportazioni in container dalla Cina agli Stati Uniti di oltre l’8%.

 

E poi che dire della Belt & Road Initiative (la nuova Via della seta cinese), che sempre secondo Srm?farà crescere il Pil mondiale entro il 2040 di 7,1 trilioni di dollari l’anno (più del 4% all’anno). E allora quale ruolo “strategico” può e deve giocare il nostro Paese (e conseguentemente la nostra economia del mare) in questo contesto? Ricordo a tutti la visita del presidente cinese Xi Jinping la scorsa primavera e la firma del memorandum con cui il presidente del Consiglio Conte – per ora solo sulla carta (vedremo come e se si concretizzerà) – ha sottoscritto l’intenzione dell’Italia di aderire alla Belt & Road Initiative. Ma mi fermo qui, non volendo addentrarmi in discorsi politici che esulano da questo meeting. Quel che però è chiaro è che alla Cina il nostro posizionamento geografico interessa, eccome, vedendo nell'Italia il possibile porto di accesso per tutta l'Europa delle sue merci. 

 

Aggiungo ancora qualche numero: nel 2018 il valore degli scambi commerciali via mare dell’Italia è stato pari a 253,7 miliardi di euro e sempre il mare si aggiudica il 37% dell’interscambio italiano. Numeri che noi operatori logistici, da sempre impegnati nella gestione dei flussi delle merci in import-export, conosciamo molto bene e che ci rendono consapevoli di quanto i traffici marittimi siano importanti per l’economia del nostro Paese. Di qui il ruolo altrettanto strategico dei nostri porti e della logistica portuale, ruolo del quale non sempre si ha la dovuta consapevolezza e conseguente considerazione. Ma che ora è tempo di rivendicare!

 

Mi piace ricordare – chiudendo questo mio intervento – quanto invece il ruolo strategico della “blue economy” sia considerato essenziale per l’economia di un altro Paese europeo, l’Olanda, dove il porto di Rotterdam, il più grande d’Europa e fino ai primi anni 2000 anche del mondo (ora superato da Shangai e Singapore), da solo genera il 15% del Pil nazionale. Il porto di Rotterdam nel 2018 ha movimentato 469 milioni di tonnellate di merci quasi quanto tutti i porti dell’Italia messi insieme. E’ chiaro che il porto di Rotterdam non serve solo l’Olanda ma soprattutto la Germania.

Cosa fare allora? Cosa serve ai porti italiani, e in primis a quelli pugliesi, per competere con quelli del nord Europa?

Occorrono infrastrutture moderne per collegare in modo efficiente e rapido i porti ai mercati di produzione e/o consumo. Inoltre serve una burocrazia più snella perché la troppa burocrazia frena la crescita e lo sviluppo. 

Con uno slogan potremmo dire che è il momento del fare e del dire dei sì per rendere la logistica la locomotiva dello sviluppo per l’Italia e più in generale per i Paesi del mediterraneo.

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